A Colloquio con Silvio Bandinelli
Hard e cultura
Monica Timperi
Sanremo versione hardcore
Anni di piombo
A colloquio con Silvio Bandinelli, regista del film hard sulla Resistenza
Il giorno, anzi, il porno più lungo è quello che potreste passare in riva all'Arno, accartocciati in un taxi color malva. Soprattutto se vi ci catapultate con affanno mentre: a) due - hops... - pornocassette vi sfuggono dalla giacca, b) le suddette si sparpagliano davanti a un crocchio di carmelitane sbigottite in visita al Santa Croce, c) voi, paonazzi di vergogna, biascicate: "Non fraintendete: è che sono un giornalista e queste sono per un’inchiesta politica sull'hard core...". La qual cosa sarà magari la nuda verità, ma pure una figura da chiodi (come quella di chi scrive) impagabile.
Ma è in linea, d'altronde, con una vicenda come questa di Mamma, film porno sulla Resistenza, che parte dalla diabolica goliardata del suo regista, il 43enne Silvio Bandinelli. Che si trasforma in una gaffe dell’Unità (il quotidiano in un paio di articoli cita addirittura Baudrillard e Roland Barthes per giudicare "rispettosa della Storia e politically correct" un'operazione strettamente pornografica); che scomoda La Stampa in prima pagina e un gustoso reportage di Panorama ("Su,- signorina, non faccia Resistenza"); che induce, alla Casa della Cultura di Milano un manipolo d'intellettuali ad avviarsi sui riferimenti allo stragismo di Stato, sul suicidio dell’anarchico Pinelli, e soprattutto su se stessi. L’ultimissima è che addirittura, un circolo culturale di An di Vercelli ritenendo Mamma un film di "singolare stimolo culturale", invita il Bandinelli, sinistrorso fino al midollo, in pubblico simposio. Stupefacente. Nel senso farmacologico del termine, intendiamo un film porno droga il dibattito Politico, crea un piccolo caso, un casino, e "rimette, bene o male in piedi questi schieramenti ideologici che sembravano sopiti, attraverso il codice linguistico della sessualità come espressione d’una allegoria sul potere...", commenta il Bandinelli dal bunker della Showtime, la sua casa di produzione fiorentina. Ma si vede che gli scappa da ridere. E si capisce. Il dottor Silvio, laureato in Storia del Cinema con Pio Baldelli (ex direttore di Lotta continua) tesi di semiotica sull’immagine fotografica, un passato teatrale con Luca Ronconi e editoriale come autore per bambini, in realtà è intellettualino mica da scherzi. "A 12 anni falsificavo la licenza di pesca per vedere Nostra Signora dei turchi" di Carmelo Bene e Blow up di Antonioni - racconta -, il porno lo seguo poco, m'annoia, preferisco Bertolucci , Virzì, il Riccardo III di AI Pacino e Woody Allen". Alla faccia "I miei film versione soft girano in Corea, Germania, in Francia su Canal Plus, in Italia ci pensa Cecchi Gori; quindi la trama non può essere solo due che si incontrano, buongiorno buonasera e subito zum, zum: ci deve essere sotto una storia. Sotto, molto sotto, in effetti una storia c’è. In Mamma il gerarca Cesare Daldo fa il moralista e fa giustiziare un partigiano (qui il richiamo, molto sottile,alle stragi di Stato) e vorrebbe sodomizzare la propria moglie devota, la quale però viene sedotta dal figlio del partigiano di cui sopra, che è anche fidanzato della figlia, la quale a sua volta viene presa contro natura dallo zio fascista (la cosiddetta "implosione psicologica della violenza").. Il gerarca scopre tutto, ammazza tutti e si suicida.
Colpa dei partigiani, stop, fotogramma, Bella Ciao: sui titoli di coda. Tanto è bastato per sconvolgere la sinistra, e per accreditare il dottor Silvio come genio del marketing. Perché il Bandinelli, in realtà gelosissimo e po' bacchettone tiene famiglia ("mia figlia, 12 anni mi dice: babbo fa pure le tue cose, basta che non vai da Costanzo perché io a scuola dico che fai i documentari"): il porno non lo ama, ma ci campa; "E poi, per paradosso posso sbizzarrirmici come voglio. Ora ho in progetto un fantasy, Nirvanal e una storia sul terrorismo, Anni di piombo". "Con quante n"?" "Con due, su’ ste cose non scherzo. Il clima cupo degli anni '70, si può sposare con una bella storia pornografica, no?…" Come no. Adesso avvertiamo Bertinotti...
Film: "Mamma"
Testata: Francesco Specchia per "Il Giornale"
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L’hard? Tutta cultura.
Sostiene Bandinelli (Silvio) che per essere sdoganati dall'hard basta fare un film ideologico. Lui, quarantenne bertinottiano, ci ha provato con la Resistenza. A luci rosse. Poi con gli Anni di Piombo. Sesso e pallottole. Aveva ragione. Sdoganato l'hard, sdoganate le porno dive, nuove maitresse à penser, sdoganati gli attori il cui talento si misura in centimetri (Rocco Siffredi), restava da sdoganare la trasgressione casalinga. Fatto. In edicola, i video che emergevano al tramonto, come i vampiri, si mostrano senza imbarazzo ogni ora. Scandalo? No, se l'hard è d'autore, come provano le recensioni sull'Unità. Per chi ancora non osa portare in casa l'oggetto proibito, ecco "l'estensione del servizio pay per view del canale Palco", come Telepiù cautamente definisce i film hard trasmessi nelle notti del week end. Insomma, il porno è quasi politicamente corretto. Roba da ex sessantottardi, direbbe con garbato disgusto Michele Houllebeque, autore del romanzo-scandalo Le particelle elementari. Racconta con antipatica freddezza l'infelicitˆ degli ex figli dei fiori che adesso riescono a provare qualche emozione solo nelle spiagge per scambisti. E abbandona nei dettagli, guadagnandosi una bella accusa di pornografia. Che ormai fa rima con ideologia. Bandinelli docet.
Film: Mamma; Anni di piombo
Testata: Giovanni Iozzia per "Capital"
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Sarà eletto il primo presidente hard
Può una donna passare da una carriera di sociologa a quella di "p.r." nelle discoteche capitoline, attraversare il mondo della pubblicità e dell’imprenditoria, approdare in quella della regia osée e prendere per i fondelli il presidente della Repubblica e quella del Consiglio, usando un nom de plume da macho americano? Inverosimile. Eppure Monica Timperi, romana, classe 1970, ha realizzato tutto questo — scuotendo il mondo "sotterraneo" dello spettacolo — in pochissimi anni.
Sociologa laureata di giorno, è addetta alle pubbliche relazioni di grossi locali da ballo come il "Gilda" e l’"Alien", Monica diventa agente di una casa di distribuzione cinematografica. Poi conosce Silvio Bandinelli, laureato in storia del cinema, noto per aver dissacrato la Resistenza col film hard Mamma, e fonda con lui la "Showtime", società leader del settore in Italia ("considero l’hard un prodotto come un altro da vendere"). Infine le piglia la voglia di fare una goliardata. Usa lo pseudonimo di Frank Simon (dal cantante Franco Simone) e si mette a girare un film erotico da distribuire alla vigilia delle prossime elezioni.
Titolo, Il Presidente. Trama: storia del primo presidente della Repubblica italiana eletto direttamente dal popolo. Un vero instant-movie ma osato prima; tanto che fra i protagonisti figura perfino un presidente del Consiglio di nome "Valema". Il riferimento è palese: una piccola bomba che scombussola il mondo della comunicazione tout court. Ma non lei. La quale, finito l’orario d’ufficio, come una brava mammina si ritira sulle colline toscane col suo compagno a prendersi cura dei suoi due figli adottivi.
Monica Timperi alias Frank Simon
Testata: Francesco Specchia per "Il Borghese"
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Sanremo, il lato porno del festival: sul set del film hard di Bandinelli che evoca la Kermesse.
PARIGI Alle pareti una processione di dischi d’oro. Posato sulla scrivania c’è l’ultimo numero di un settimanale popolare, che la manager discografica biondo platino sfoglia con rabbia, commentando i risultati della classifiche. Il festival è alle porte. E che la cantante della scuderia non lo vinca, non è neppure pensabile. Piccolo dialogo sul da farsi, sulle alleanze da stringere e... segue hard.
Banlieue parigina, interno giorno. Fuori dalle finestre della sede di una società edile nevica come a Natale. All’interno degli uffici, affittati durante la pausa domenicale, una troupe italiana sta girando un film destinato a sollevare un polverone. Titolo: Festival, versione porno del dietro le quinte del Festival di Sanremo, diretta da Silvio Bandinelli e Frank Simon, nome d’arte di Monica Timperi, una delle poche registe donne dell’hard. Protagonisti della storia, il mondo della discografia, tre giovani cantanti, un presentatore, un assessore corrotto, un giornalista compiacente e quel polverone di pettegolezzi e scandali presunti che accompagnano ogni edizione della kermesse della canzone italiana. Come la prenderanno i diretti interessati quando la cassetta sarà disponibile nelle videoteche (chiaramente in concomitanza con la manifestazione sanremese a febbraio); staremo a vedere. Con quale spirito è stato affrontato il tema, fa parte di questo racconto. Che, inizia, in una fredda giornata di novembre nel XVI arrondissement. Davanti al più classico dei mercati rionali di Parigi.
Appuntamento alle 10 del mattino, intirizziti come dentro una ghiacciaia. Uno alla volta, gli attori arrivano. Con valigia al seguito. Come reduci da un viaggio o prossimi ad una vacanza. Ma è proprio quella valigia, dentro la quale ognuno si porta da casa i costumi di scena, il segno più evidente ed immediato di cosa sia un set hard: un mondo nomade, in continuo peregrinare da un luogo all’altro. Vorticosamente. Per 12 ore al giorno, con pochissime pause: giusto il tempo per uno spuntino e per la canonica cena di fine lavorazione. Quando, rimessi gli abiti di sempre, la quotidianità ritorna in questo mondo: Ed in quell’attimo, mentre la pasta rischia di freddarsi ed il foie gras non raccoglie le simpatie di tutti, all’hard segue la vita. Con l’attore che racconta della sua passione per la squadra di calcio del Marsiglia: "Perché si sono dannati l'anima per tornare in prima divisione. Ma anche perché in Francia se qualcuno fa bene, gli danno sempre contro"; e delle domeniche passate al parco a correre dietro al triciclo della figlia, in una seduta di footing che sembra uscita da un film neo-neorealista.
Niente a che vedere con quell’aria di lasciva perdizione che s’immagina nelle leggende popolari. Certo, la lavorazione di un film hard non è una festa della domenica. E l’imbarazzo è palese, in questo valzer d’intimità senza intimità, consumato davanti ad una telecamera. Per almeno due ore, tempo medio di ripresa di una scena hard. Mentre i tecnici delle luci spostano i proiettori da un angolo all'altro della stanza, gli attori in pausa fanno il tifo, guardando in tv la Francia che sta battendo la Croazia e le truccatrici fanno salotto come all’ora dell’aperitivo. Ma così come c’è sicuramente di meglio, s’è visto anche di peggio. Qui almeno, i giochi sono chiari. Come i ruoli. Come il desiderio di non sforare sui costi di produzione e di tornare a casa. Perché domani è un altro giorno. Per qualcuno ancora di lavoro: capaci di girare 40 film in un mese, le star delle luci rosse. Una carriera breve, la loro, come quella di un calciatore. E finché c’è lavoro, c’è speranza per il futuro. Per qualcun altro, un giorno da dedicare solo a se stesso. In attesa che Festival esca nelle videoteche. E che tutto ricominci da capo. Come sempre succede nella vita. Anche quando alla vita non segue l'hard.
Film: Festival
Testata: Bruno Vecchi per "L’Unità"
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E l’intellettuale di sinistra firma i successi a luce rossa
Il fiorentino Bandinelli ha terminato "Anni di piombo" che va anche su Internet. Dall’università al porno culturale, da Pio Baldelli a Maurizia Paradiso. Da Antonioni a Selen. Dall’Adica Pongo, quella della pasta colorata per i bambini, a modelle impastate l'una con l'altra, in un grande giocattolo chiamato cinema hard. Strana storia, quella Silvio Bandinelli, fiorentino, classe 1954, una laurea in Lettere, una tesi in storia del cinema sotto la guida di Pio Baldelli, intellettuale di spicco negli anni ‘70. Studia, e ama, il "cinema dell’ambiguità", quello di Bergman e di Dreyer, maestri del silenzio, dell'inafferrabile. Poi fa il regista di spot, per la Pongo e la Gig, prodotti per bambini. E adesso, che di bambini ne ha due, Bandinelli fa il regista. Di film porno. Strano destino, per uno che ama i film di Antonioni, dove la cosa più hard sono gli sguardi fissi dei personaggi su distese di tubi Dalmine.
Però è andata così. E Bandinelli ne è, se non orgoglioso, quasi felice. Per spiegarcelo, cita De André: "Dagli amanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori". I suoi fiori hanno titoli insospettabili: "Mamma", "Rosso e nero", "Cuore di pietra", "Gioventù bruciata". Titoli quasi proibiti, in un panorama dove il più presentabile è "L'albero delle zoccole". Ma, mentre i film hard veleggiano felicemente in un anonimato fatto di noleggi nei videobank e di vendite nei sexy shop, i suoi film dai titoli più "quieti" provocano polemiche. E' accaduto con "Mamma", che come sfondo alle perfomances di Debora Wells e Ursula Cavalcanti aveva la Resistenza. Accade adesso, col suo nuovo film, "Anni di piombo".
Stavolta lo scenario è quello del terrorismo. La scia di sangue calata su una Rivoluzione che non ci fu. Ma mettere in corto circuito penetrazioni e P38, sequestri e sodomie, coiti e "Contessa" (per dire), a qualcuno è sembrato fuori luogo. Lo raggiungiamo al telefonino, appena tornato dall'Ungheria, dove ha finito le riprese ("in Italia la legge non consentirebbe di girare, anche se alcuni lo fanno"). Dice: "Mi ha scritto il presidente dell'associazione delle vittime del terrorismo, preoccupato. E io lo capisco. Ma non c'è nessuna intenzione di mancare di rispetto alle vittime di quegli anni. Alla fine del film, Ursula Cavalcanti fa un sogno: vede bruciare una Renault 4 rossa. Per chi sa, per chi ricorda, quella R4 è il simbolo di tutto il male che dal terrorismo è derivato: in un’auto così fu trovato il corpo di Aldo Moro, e annegarono le speranze di molti. Anche di chi, come me, aveva frequentato il Movimento, aveva condiviso certe utopie, ma non certo l’uso atroce e assurdo della violenza".
Racconta, ancora, che in un sito Internet, tra poco, saranno visibili - in "diretta differita", per così dire - tutte le giornate della lavorazione del film. Una telecamera ha seguito tutta la lavorazione, come un occhio segreto, i momenti di girato e quelli di pausa. Ore e ore live, il "dietro le quinte" di un set a luci rosse, in un sito cybercore, per accedere al quale ci vorrà un codice.
Parla dei figli. "Ho una figlia di quattordici anni e un figlio di otto. Per non farmi soffrire non me lo dicono: Ma so che non approvano quello che faccio. Anche se mio figlio, ridendo, mi ha detto: "Babbo, quando ho quindici anni vengo a lavorare con te!"
Film: Anni di piombo
Testata: Giovanni Bogani per "La Nazione"
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